Plastica nella plastica

Tutti sappiamo che se il trend di produzione delle materie plastiche continua a questi ritmi, entro il 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci (stime ONU). Per questo l’Europa spinge a limitarne la produzione e soprattutto a far arrivare il suo riciclo al 90%. Ma la plastica che utilizziamo è tutta uguale?

In un articolo pubblicato su Repubblica lo scorso 23 ottobre Marco Ortenzi, chimico industriale dell’università di Milano impegnato nel Laboratorio di materiali e polimeri ci spiega che la plastica non è tutta uguale e che fondamentalmente il materiale in sé non è tossico, ma spesso viene combinato con additivi che possono essere pericolosi per uomo e ambiente.
“La tossicità per l’uomo non riguarda il polimero base usato per la plastica, ma gli additivi utili a dare proprietà. Un esempio: le prese elettriche nelle nostre case. Il polimero base è la poliammide (o nylon), ma per prevenire incendi dovuti a cortocircuiti, per il 20% si aggiunge un additivo antifiamma composto da molecole poli-bromurate che da 10 anni sono nell’occhio del ciclone perché potenzialmente molto tossiche per l’uomo”.

Le plastiche senza additivi, come le bottiglie in Pet, sono composte al 99,5% dal polimero base, il polietilene tereftalato, con un minimo di colorante. E sono riciclabili, mentre dalle plastiche che hanno tanti additivi non si riesce a ottenere un materiale davvero puro.

Prendiamo un altro caso, le bustine per le mozzarelle: sono formate da uno strato di nylon, che dà resistenza alla lacerazione, e uno strato di polietilene, che dà impermeabilità all’ossigeno e quindi conserva la mozzarella. Ma quell’involucro non può essere riciclato né come nylon né come polietilene, perché gli strati sono inseparabili. Per questo l’Europa chiede che entro il 2030 tutto il packaging alimentare sia riciclabile. La ricerca sulle bioplastiche è a buon punto, ma la cosa migliore è ancora bandire l’uso delle plastiche monouso.

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